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Questo sito tratta in maggior parte del Culto Tradizionale Romano.

Spesso si sente definire la Tradizione: “vecchio culto”, oppure “antica religione”,

il nome di questo spazio tende a sottolineare che il Culto deGli Dèi, essendo Essi per definizione “Eterni, Impassibili e Immutabili” non può che essere tale.

Il Fuoco è quello interno in ognuno di noi, il Fuoco di Vesta, ma non solo quello fisico, il ponte cioè che permise a Roma di divenire un vero e proprio Santuario a cielo aperto, spento dal tiranno Teodosio nel 391, è soprattutto la nostra anima.

“Il Fuoco Eterno” si prefigge non solo di raccontare e divulgare la Tradizione dei Padri, ma anche la storia dei nostri Popoli e della nostra Nazione.


giovedì 9 aprile 2026

Claudia Quinta: la Virtù oltre l'apparenza

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Claudia Quinta fu una matrona durante la seconda guerra punica.

A causa di maldicenze, in quanto di bell'aspetto e dalla tempra libera che non teme giudizi, veniva attaccata in quanto poco di buono per come si vestiva e dall'atteggiamento che a taluni sembrava poco consono.

Il contesto

Nel 204 a.e.v. imperversava la guerra contro Cartagine, storico e acerrimo nemico.

I Romani, sull'orlo della catastrofe dopo Canne, interpellarono i Libri Sibillini, e trovarono la risposta, come riporta Livio:

“Quando un nemico straniero avrà portato guerra in Italia, potrà essere cacciato e vinto solo se La Madre Idaea sarà condotta a Roma da Pessinunte.”

(Livio, Ab Urbe Condita, XXIX, 10-11)


Chiedendo anche all'oracolo di Delfi la risposta ai magistrati romani fu la medesima.

Un'ambasceria allora si imbarcò fino a giungere a Pessinunte, in Anatolia, dove era venerata una pietra sacra a Kibele.

Chiesero al re di Pergamo, Attalo I, che concesse di buon grado ai romani la pietra.


Il Racconto della vicenda


Una volta che la nave arrivò alla foce del Tevere, nel 204 a.e.v. la nave rimase incagliata e nonostante decine di uomini nerboruti la tirassero non c'era verso di disincagliarla, allora accadde il prodigio di Claudia Quinta, raccontato da Ovidio nei Fasti:


"Aveva toccato la foce dove il Tevere si spande nell'alto mare e scorre in più libera distesa:

tutti i cavalieri e i gravi senatori mischiati alla plebe le vanno incontro alla foce del Tosco fiume.

Avanzano insieme le madri, le figlie, le nuore e le vergini addette alla custodia dei sacri fuochi.

Gli uomini stancano le alacri braccia tirando le funi:

la nave avanza a stento nell'avversa corrente delle acque. La terra era secca da tempo, la calura aveva bruciato l'erba: resiste la nave incagliata nell'alveo fangoso.

Ognuno partecipa allo sforzo, e quanto più può si affatica, e con voce risonante incita le forti mani, ma quella sta ferma come un'isola in mezzo al mare; attoniti al prodigio, ristanno gli uomini e temono.

Claudia Quinta era di stirpe discesa dall'antico Clauso, e il suo aspetto non era da meno per nobiltà, casta, invero, ma non creduta tale: l'aveva danneggiata un'iniqua diceria, ed era calunniosamente accusata di libertinaggio.

Le nocque l'eleganza e l'uscire con la chioma variamente acconciata, e l'avere la lingua pronta con i rigidi vegliardi.

Consapevole della propria innocenza rise delle menzogne della fama, ma noi siamo gente incline a credere il male.

Come ella avanzò dallo stuolo delle caste matrone, e con le mani attinse la pura acqua del fiume, tre volte spruzza il capo, tre volte solleva le palme al cielo - chiunque la vede crede sia uscita di senno -, e inginocchiata fissa lo sguardo nell'immagine delLa Dea e con la chioma sciolta dice queste parole: "Alma e feconda Madre deGli Dèi, accogli la preghiera di questa tua supplice a una sicura condizione. Si nega ch'io sia casta. Se tu mi condanni, dirò che l'ho meritato, e pagherò con la morte la colpa, per tuo giudizio divino;

se invece sono immune da colpa, da' con un tuo gesto prova della mia purezza, e casta segui le mie caste mani”.

Disse, e trasse la gomena con un esiguo sforzo; dirò cosa mirabile, ma attestata anche dal teatro: 

la dea si muove, segue la guida, e con il seguirla la elogia: un clamore, segno di letizia, si leva sino alle stelle.

Giungono alla curva del fiume - gli antichi la chiamarono Atrio del Tevere -, da dove volge a sinistra.

Scende la notte: legano la fune a un tronco di quercia, e abbandonano i corpi sazi di cibo a un lieve sonno.

Sorge l'aurora: sciolgono la fune dal tronco di quercia, tuttavia dispongono prima bracieri e vi ardono incenso.

Ornarono prima di ghirlande la nave e immolarono una giovenca incontaminata, mai sottoposta prima al lavoro e alla monta.

V'è un luogo dove il veloce Almone sfocia nel Tevere, e perde il nome, esso minore, fluendo in un fiume maggiore.

Là un flamine canuto in vesti purpuree lava La Signora e le sacre cose con acqua dell'Almone.

I ministri del culto urlano, il flauto suona all'impazzata, e mani effeminate percuotono la pelle taurina dei tamburi.

Con lieto volto Claudia precede il corteo, celebrata dalla folla, a stento alfine creduta casta per testimonianza della dea che assisa sul carro è portata attraverso Porta Capena:

i buoi aggiogati si cospargono di fiori recenti.

La accolse Nasica: ma il nome del fondatore del tempio non durò:

attualmente è Augusto, in precedenza è stato Metello».

Qui Erato tacque, in attesa se altro chiedessi”.


L'episodio ci insegna quindi della correttezza, del pudore, della Pietas e della Fides incarnate in Claudia.

Ricordandoci di non fermarci ai giudizi altrui e all'aspetto esteriore per giudicare il valore del prossimo.


Gianluca Vannucci

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