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Questo sito tratta in maggior parte del Culto Tradizionale Romano.

Spesso si sente definire la Tradizione: “vecchio culto”, oppure “antica religione”,

il nome di questo spazio tende a sottolineare che il Culto deGli Dèi, essendo Essi per definizione “Eterni, Impassibili e Immutabili” non può che essere tale.

Il Fuoco è quello interno in ognuno di noi, il Fuoco di Vesta, ma non solo quello fisico, il ponte cioè che permise a Roma di divenire un vero e proprio Santuario a cielo aperto, spento dal tiranno Teodosio nel 391, è soprattutto la nostra anima.

“Il Fuoco Eterno” si prefigge non solo di raccontare e divulgare la Tradizione dei Padri, ma anche la storia dei nostri Popoli e della nostra Nazione.


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giovedì 9 aprile 2026

Claudia Quinta: la Virtù oltre l'apparenza

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Claudia Quinta fu una matrona durante la seconda guerra punica.

A causa di maldicenze, in quanto di bell'aspetto e dalla tempra libera che non teme giudizi, veniva attaccata in quanto poco di buono per come si vestiva e dall'atteggiamento che a taluni sembrava poco consono.

Il contesto

Nel 204 a.e.v. imperversava la guerra contro Cartagine, storico e acerrimo nemico.

I Romani, sull'orlo della catastrofe dopo Canne, interpellarono i Libri Sibillini, e trovarono la risposta, come riporta Livio:

“Quando un nemico straniero avrà portato guerra in Italia, potrà essere cacciato e vinto solo se La Madre Idaea sarà condotta a Roma da Pessinunte.”

(Livio, Ab Urbe Condita, XXIX, 10-11)


Chiedendo anche all'oracolo di Delfi la risposta ai magistrati romani fu la medesima.

Un'ambasceria allora si imbarcò fino a giungere a Pessinunte, in Anatolia, dove era venerata una pietra sacra a Kibele.

Chiesero al re di Pergamo, Attalo I, che concesse di buon grado ai romani la pietra.


Il Racconto della vicenda


Una volta che la nave arrivò alla foce del Tevere, nel 204 a.e.v. la nave rimase incagliata e nonostante decine di uomini nerboruti la tirassero non c'era verso di disincagliarla, allora accadde il prodigio di Claudia Quinta, raccontato da Ovidio nei Fasti:


"Aveva toccato la foce dove il Tevere si spande nell'alto mare e scorre in più libera distesa:

tutti i cavalieri e i gravi senatori mischiati alla plebe le vanno incontro alla foce del Tosco fiume.

Avanzano insieme le madri, le figlie, le nuore e le vergini addette alla custodia dei sacri fuochi.

Gli uomini stancano le alacri braccia tirando le funi:

la nave avanza a stento nell'avversa corrente delle acque. La terra era secca da tempo, la calura aveva bruciato l'erba: resiste la nave incagliata nell'alveo fangoso.

Ognuno partecipa allo sforzo, e quanto più può si affatica, e con voce risonante incita le forti mani, ma quella sta ferma come un'isola in mezzo al mare; attoniti al prodigio, ristanno gli uomini e temono.

Claudia Quinta era di stirpe discesa dall'antico Clauso, e il suo aspetto non era da meno per nobiltà, casta, invero, ma non creduta tale: l'aveva danneggiata un'iniqua diceria, ed era calunniosamente accusata di libertinaggio.

Le nocque l'eleganza e l'uscire con la chioma variamente acconciata, e l'avere la lingua pronta con i rigidi vegliardi.

Consapevole della propria innocenza rise delle menzogne della fama, ma noi siamo gente incline a credere il male.

Come ella avanzò dallo stuolo delle caste matrone, e con le mani attinse la pura acqua del fiume, tre volte spruzza il capo, tre volte solleva le palme al cielo - chiunque la vede crede sia uscita di senno -, e inginocchiata fissa lo sguardo nell'immagine delLa Dea e con la chioma sciolta dice queste parole: "Alma e feconda Madre deGli Dèi, accogli la preghiera di questa tua supplice a una sicura condizione. Si nega ch'io sia casta. Se tu mi condanni, dirò che l'ho meritato, e pagherò con la morte la colpa, per tuo giudizio divino;

se invece sono immune da colpa, da' con un tuo gesto prova della mia purezza, e casta segui le mie caste mani”.

Disse, e trasse la gomena con un esiguo sforzo; dirò cosa mirabile, ma attestata anche dal teatro: 

la dea si muove, segue la guida, e con il seguirla la elogia: un clamore, segno di letizia, si leva sino alle stelle.

Giungono alla curva del fiume - gli antichi la chiamarono Atrio del Tevere -, da dove volge a sinistra.

Scende la notte: legano la fune a un tronco di quercia, e abbandonano i corpi sazi di cibo a un lieve sonno.

Sorge l'aurora: sciolgono la fune dal tronco di quercia, tuttavia dispongono prima bracieri e vi ardono incenso.

Ornarono prima di ghirlande la nave e immolarono una giovenca incontaminata, mai sottoposta prima al lavoro e alla monta.

V'è un luogo dove il veloce Almone sfocia nel Tevere, e perde il nome, esso minore, fluendo in un fiume maggiore.

Là un flamine canuto in vesti purpuree lava La Signora e le sacre cose con acqua dell'Almone.

I ministri del culto urlano, il flauto suona all'impazzata, e mani effeminate percuotono la pelle taurina dei tamburi.

Con lieto volto Claudia precede il corteo, celebrata dalla folla, a stento alfine creduta casta per testimonianza della dea che assisa sul carro è portata attraverso Porta Capena:

i buoi aggiogati si cospargono di fiori recenti.

La accolse Nasica: ma il nome del fondatore del tempio non durò:

attualmente è Augusto, in precedenza è stato Metello».

Qui Erato tacque, in attesa se altro chiedessi”.


L'episodio ci insegna quindi della correttezza, del pudore, della Pietas e della Fides incarnate in Claudia.

Ricordandoci di non fermarci ai giudizi altrui e all'aspetto esteriore per giudicare il valore del prossimo.


Gianluca Vannucci

sabato 17 giugno 2023

Marco Furio Camillo: il secondo Fondatore

Francesco Salviati, Trionfo di Furio Camillo

Nato nel 446 a.e.v. nella patrizia gens Furia, Marco Furio Camillo è personaggio centrale della storia romana repubblicana.

Dopo aver assolto la carica di tribuno consolare per due volte e avendo riportato apprezzabili risultati nell'annosa guerra contro l'etrusca città di Veio, fu nominato dictator nel 396 a.e.v.

Risollevò il morale dei soldati e del popolo romano, punendo i disertori delle precedenti battaglie, impose un giorno di leva e corse fin sotto le mura di Veio per sostenere e rincuorare i soldati assedianti. Anche gli alleati Latini ed Ernici si convinsero di scendere in guerra e così Furio Camillo fece voto di restaurare il tempio di Mater Matuta in caso di conquista di Veio.

Poi ordinò la costruzione di una galleria che doveva arrivare fino alla rocca nemica. Gli scavatori furono divisi in sei squadre che si avvicendavano ogni sei ore.

 
Fu in questo momento che pronunciò il famoso discorso nell'ambito del rito dell'Evocatio, citato da Tito Livio:

«Una folla immensa si riversò nell'accampamento. Allora il dittatore, dopo aver preso gli auspici, si fece avanti e, dopo aver detto ai soldati di armarsi, disse: "O pitico Apollo, sotto la tua guida e per tua divina inspirazione mi avvio a distruggere la città di Veio e a te offro in voto la decima parte del bottino che ne si ricaverà. Nello stesso tempo supplico Te, Giunone Regina che ora risiedi a Veio, di seguire le nostre armi vittoriose nella nostra città di Roma, Tua dimora futura, la quale ti riceverà in un tempio degno della Tua grandezza"»

(Tito Livio, Ab Urbe condita libri, V, 2, 21)


Dopo questo discorso i soldati, come presi da furore e dopo un periodo di stallo, assaltarono le mura e nel mentre gli altri passavano sotto la galleria.


«E si chiedevano (i veienti) con meraviglia come mai, mentre per tanti giorni non c'era stato un solo Romano che si fosse mosso dai posti di guardia, adesso, come spinti da un furore improvviso, si riversassero in massa alla cieca contro le mura»

(Tito Livio, "Ab Urbe Condita", V, 2, 21)


I Romani irrupperò nel tempio di Giunone e dopo aspri scontri e aver aperto le porte della città Furio Camillo ordinò di risparmiare i Veienti.


La statua di Giunone Regina fu portata in Roma e le fu dedicato un tempio sull'Aventino. Inoltre Camillo dedicò un nuovo tempio a Mater Matuta. Veio era caduta.


Assedio dei Falisci


Nominato per la terza volta tribuno consolare nel 394 a.e.v. dovette affrontare lo scontro coi Falisci che si chiusero nella città, iniziava un estenuante assedio. 

Fu lì che un maestro di scuola falisco propose i suoi allievi come ostaggi a Furio, che indignato lo respinse indietro scortato e vergato con le verghe dei suoi allievi, episodio che molti secoli dopo costituì probabilmente spunto per l'agiografia di San Cassiano. Colpiti da questo gesto i Falisci si arresero.


Nicolas Poussin, Camillo lascia il maestro di scuola ai suoi allievi, 1637


Scontro coi Senoni


Dopo la disfatta del fiume Allia inflitta ai Romani dai Senoni, i quiriti richiamarono come dittatore il nostro Furio.

I Romani si erano accordati con Brenno, rix dei Senoni per il pagamento di un riscatto pari a 1000 libbre d'oro. Fu in questo contesto che si verificò l'episodio della bilancia truccata e della frase forse pronunciata da Brenno "Vae victis" (per un altro punto di vista rimando al mio articolo sullo sviluppo di Rimini e il regno di Brenno ) cui Furio Camillo opponendosi rispose "Non auro, sed ferro, recuperanda est Patria!" e riuscì a travolgere i Senoni in due sospirate battaglie.

Fu anche e soprattutto per questo che, venendo Roma da un pesante sacco e avendo Furio Camillo salvato l'Urbe nonché ricostruita fu acclamato e ricordato come Secondo Fondatore, parificandolo addirittura a Romolo.



Fu nominato dittatore altre 3 volte e tribuno consolare e numerosi altri episodi non meno valorosi segnarono la sua vita e la storia di Roma.

Da ricordare quando nel 367 a.e.v. dovette affrontare nuovamente i Galli nei pressi di Albano, come ci tramanda Tito Livio:

«E non ostante l'enorme spavento ingenerato dai Galli e dal ricordo della vecchia disfatta, i Romani conquistarono una vittoria che non fu né difficile né mai in bilico. Molte migliaia di barbari vennero uccise nel corso della battaglia e molte altre dopo la presa dell'accampamento. I sopravvissuti, dispersi, ripararono soprattutto in Puglia, riuscendo a evitare i Romani sia per la grande distanza della fuga, sia per il fatto di essersi sparpagliati in preda al panico»

(Tito Livio, Ab Urbe condita, VI, 4, 42.)


Infine sebbene patrizio capì l'esigenza di pacificare le lotte intestite tra patrizi e plebei.


Marco Furio Camillo morì di peste nel 365 a.e.v. a 81 anni:


«Ma ciò che rese degna di menzione quella pestilenza fu la morte di Marco Furio, dolorosissima per tutti non ostante lo avesse raggiunto in età molto avanzata. Egli fu infatti uomo assolutamente impareggiabile in qualunque circostanza della vita. Eccezionale tanto in pace quanto in guerra prima di essere bandito da Roma, si distinse ancor più nei giorni dell'esilio: lo testimoniano sia il rimpianto di un'intera città che, una volta caduta in mani nemiche, ne implorò l'intervento mentre era assente, sia il trionfo con il quale, riammesso in patria, ristabilì nel contempo le proprie sorti e il destino della patria stessa. Mantenutosi poi per venticinque anni - quanti ancora ne visse da quel giorno - all'altezza di una simile fama, fu ritenuto degno di essere nominato secondo fondatore di Roma dopo Romolo»

(Tito Livio, Ab Urbe condita, VII, 1.)



Gianluca Vannucci




lunedì 8 maggio 2023

Vettio Agorio Pretestato

Vettio Agorio Pretestato, di antica e nobile famiglia fu praefectus urbi nel 367-368 e.v., Pontefice di Vesta, del Sole, augure, curiale di Ercole fu anche iniziato ai Misteri Eleusini, di Mithra e nel 384 prefetto di Italia.

Fu giusto amministratore in un contesto, la fine del IV secolo dell'era comune, difficile in quanto la chiesa prendeva sempre più potere nell'Urbe.

Si distinse nell'amministrazione della giustizia, fece rimuovere strutture costruite da privati sui Templi e anche restaurare il Portico deGli Dèi Consenti nel Foro, protettori celesti della classe senatoriale.

Pretestato fu uno strenuo difensore della religione romana durante la tarda antichità. Come proconsole di Acaia si appellò contro l'editto di Valentiniano I che proibiva i sacrifici notturni durante i Misteri, spiegando all'Imperatore che tale decreto avrebbe reso impossibile la vita ai pagani: Valentiniano allora, che sebbene fosse cristiano era anche molto comprensivo, ritirò il provvedimento. In qualità di Prefetto del pretorio diede inizio ad indagini su casi di demolizione di templi in Italia per mano di cristiani.

La sua figura entrò ben presto nel novero degli Eroi della tarda antichità, tanto che Macrobio lo rese il protagonista della sua monumentale opera "I Saturnali".


Insieme al senatore Simmaco, autorizzati dal Senato, chiedono all'erede imperiale di Graziano, Valentiniano II, poco più che un 13enne sotto tutela di Ambrogio di reinstallare l'altare della Vittoria.

Il vescovo Ambrogio minaccia di scomunica il giovane imperatore e la richiesta viene respinta.

Nonostante avesse ottenuto dall'imperatore fanciullo Valentiniano II un editto che perseguiva i cristiani che demolivano i templi pagani morì pochi mesi dopo, nel 384 di dolore e tristezza.


Fu così stimato che la vestale Clelia Concordia volle dedicargli una statua saputa della sua morte, fatto unico nella storia, infatti le vestali non avevano mai eretto statue ad un uomo, benché Pontifex Maximus.

Malgrado questa opposizione Concordia eresse la statua a Pretestato. Anconia Fabia Paulina, sposa devota di Vettio Agorio Pretestato dal 344 fino alla morte, iniziata ai Misteri Eleusini, di Dioniso, al culto di Ecate come ierofante, al culto di Cerere e di Iside contraccambiò erigendo una statua a Clelia Concordia.



Di contrasto il polemista cristiano San Girolamo, con sdegno e invidia notando quanto fosse amato e che tutti lo piangevano, scrisse che Pretestato si trovava all'inferno. Mentre Teodosio chiese che tutte le sue lettere e scritti gli fossero consegnati.


Vettio Agorio Pretestato è un esempio per tutti noi che oggi viviamo in tempi bui simili.



Base della statua dedicata a Vettio Agorio Pretestato



Gianluca Vannucci

La Fides di Attilio Regolo

Console per la seconda volta nei momenti tragici della prima guerra punica, Marco Attilio Regolo inflisse una dura sconfitta ai Cartaginesi, occupando Tunisi.

Volendo concludere in fretta la guerra senza aspettare il secondo console anche a causa degli alti costi che essa comportava, Regolo chiese la resa incondizionata di Cartagine sottovalutandone la forza, scioccati dallo smacco i punici riuscirono a sconfiggere le truppe di Regolo, che venne catturato.

Dopo qualche tempo i cartaginesi decisero di liberarlo affinché chiedesse la resa al Senato di Roma, giurò anche che sarebbe tornato comunque a farsi prigioniero.

Tuttavia il console, dopo il lungo soggiorno a Cartagine era consapevole delle disastrose condizioni economiche dei cartaginesi e della loro impossibilità di sostenere una guerra. Giunto in senato, invece di perorare la pace, esortò Roma ad attaccare il nemico e annientarlo una volta per tutte perché era debole e vulnerabile. Dopo ciò, nonostante la contrarietà del senato e la disperazione della famiglia, Attilio Regolo decise di mantenere la parola data e tornare a Cartagine, consapevole della sorte che lo attendeva: fu torturato nel peggiore dei modi, fu prima abbacinato e poi rinchiuso in una botte irta di chiodi e fatto rotolare da una scarpata


“finché riuscì a rafforzare il senato esitante
su una proposta inaudita, e in mezzo
agli amici piangenti partì
per il suo splendido esilio.

Sapeva bene cosa gli preparava
il carnefice barbaro, eppure
scostò dalla sua strada i congiunti
e il popolo che ritardava la sua partenza” 

(Orazio Odi)


Al senato contrario alla sua partenza e alla famiglia in lacrime disse:“Ora sono uno schiavo di Cartagine, ma conservo ancora il senso del dovere di un Romano”


Regolo non prese mai in considerazione la possibilità di salvarsi la vita restando tra le sacre mura di Roma, poiché, facendo ciò, sarebbe venuto meno alla parola “data” ai Cartaginesi.Avrebbe, quindi, tradito uno dei capisaldi del mos Maiorum romano: La Fides. L’onore di un romano risiedeva nel rispetto dei patti che egli sottoscriveva e a quali doveva tener fede “senza se e senza ma”. 

In questo Eroe possiamo, inoltre, riscontrare una devozione assoluta a tutti i principi delle usanze dei Padri. 


Egli, infatti, mantenendo fede al suo concordato con i Puni, onorò gli Dei di Roma e la Patria (Pietas), magnificò il suo senso di appartenenza alla Stirpe di Venere e Marte (Maiestas), dimostrò il suo coraggio come uomo e come soldato (Virtus), e diede prova del suo contegno, della sua onorabilità, della sua dignità e della sua autorità (Gravitas). 


Regolo fa ritorno a Cartagine, di Andries Cornelis Lens, 1791



Gianluca Vannucci



Il sacrificio di Marco Curzio

Secondo il racconto nel 362 a.e.v. (392 A.U.C.) nel Foro Romano si aprì una gigantesca voragine senza fondo apparente. Il prodigium venne considerato infausto e per questo consultati gli auguri, dal cui responso si ebbe la rivelazione che per chiudere il tremendo baratro si sarebbe dovuto gettare ciò che i cittadini Romani avevano di più prezioso.

Subito le matrone presero a gettarci oro, gioielli e quanto di più prezioso avessero... ma la voragine non solo non si chiudeva ma appariva allargarsi sempre di più.

Fu allora che un giovane patrizio, Marco Curzio, uno dei più valenti cavalieri capì che ciò che Roma aveva di più prezioso erano il coraggio e la Virtus. Salendo a cavallo armato quindi si lanciò nell'abisso, che si richiuse dietro di Lui.

Col tempo venne a formarsi un laghetto che venne chiamato Lacus Curtius sulle cui rive spuntarono una vite, un fico e un ulivo e in epoca imperiale era d'uso lanciare monete nel lago in offerta a Curzio, il Genius Loci.

Il sacrificio di Marco Curzio impersona la Virtus romana ed è d'esempio a tutti noi a non tirarci indietro ai sacrifici della vita, anche i più duri, se dediti allo Ius e al Mos.

Bassorilievo di Marco Curzio che si getta nella voragine

Gianluca Vannucci




Decio Mure e il rituale della Devotio

 Nel contesto delle Guerre Sannitiche, nel 340 a.e.v. (414 A.U.C.) Decio Mure, console insieme a Tito Manlio Torquato si trovò insieme al collega nella Battaglia del Vesuvio contro i Latini.

Sebbene il Fato arridesse da principio ai Romani, nel corso della battaglia gli hastati romani dovettero riparare tra i principes, qui, vista la difficile e quasi irrimediabile situazione, Decio Mure prese una drastica decisione.

La Devotio era un antichissimo rito nel quale un Romano si vota agli Dèi in cambio della sconfitta nemica.

Presero quindi gli asupici dal fegato di un aruspice e dopo che il suo collega Manlio ricevette buoni segni, Decio decise di votarsi, seguendo quindi le indicazioni del Pontefice...

“il console Decio chiama a gran voce Marco Valerio. “Suvvia dunque, pubblico pontefice del popolo romano, suggeriscimi le parole con le quali devo immolarmi per la salvezza delle legioni”. Il Pontefice gli ordinò di indossare la toga pretesta e di dire, col capo velato, levando lamano di sotto la toga fino a toccare il mento, ritto su un giavellotto posto sotto i suoi piedi: “O Giano, o Giove, o Marte padre, o Quirino, o Bellona, o Lari, o Dèi Novensili, o Dèi Indigeti, o Dèi che avete potere su di noi e sui nemici, e Voi, o Dèi Mani, Vi prego, Vi supplico, Vi chiedo e mi riprometto la grazia che Voi accordiate propizi al popolo romano dei Quiriti potenza e vittoria, e rechiate terrore spaventoso e morte ai nemici del popolo romano dei Quiriti. 

Così come ho espressamente dichiarato, io immolo insieme con me aGli Dèi Mani e alla Terra (Tellus), per la Repubblica del Popolo Romano dei Quiriti, per l’esercito, per le legioni, per le milizie ausiliarie del popolo romano dei Quiriti, le legioni e le milizie ausiliare dei nemici”.

Dopo aver innalzato questa preghiera ordina ai littori di andare da Tito Manlio e di annunziare sollecitamente al collega che egli si era immolato per l’esercito. Quindi con la toga cinta alla maniera dei Gabini, balzò armato a cavallo, e si lanciò in mezzo ai nemici sotto gli occhi di entrambi gli eserciti, apparendo loro d’aspetto alquanto più maestoso di quello umano, quasi fosse inviato dal cielo come vittima espiatoria di tutta la collera degli Dèi, per stornare la rovina dai suoi e per riversarla sui nemici.”

(Tito Livio Ab Urbe Condita)


In sostanza in questo modo ci si carica di tutta la negatività possibile e, scagliandosi nella mischia si cerca di rimanere uccisi poiché in effetti il votato è già un morto in vita.

Dai libri di diritto pontificale: "Se l'uomo votato muore, il voto è sciolto; se non muore si seppellisca un fantoccio alto 7 piedi o più e si faccia un sacrificio espiatorio.

Nessun magistrato romano metta piede ove è sepolto.

Se il comandante vota sè stesso e non muore, non può più compiere sacrifici né pubblici né privati, può unicamente dedicare le sue armi a Vulcano o altro Dio. Egli è simbolicamente sepolto, e le sue armi vanno distrutte come quelle dei nemici si distruggono in onore di Lua Mater. L'asta sulla quale ha poggiato i piedi NON deve cadere in mano nemica: se ciò dovesse accadere si deve fare una Suovetaurilia (rito di purificazione molto particolare) piacolare a Marte."


Tornando al racconto Decio morì nello scontro, disorientando i nemici e assicurando la vittoria ai Romani.


Fatalmente anche il figlio, Decio Mure ebbe la stessa sorte nel 295 a.e.v. votandosi nel corso della Battaglia di Sentino e il figlio a sua volta, omonimo, nel 279 a.e.v. nella battaglia di Ascoli di Puglia.


Decio Mure, anzi I Decio Mure rappresentano l'abnegazione e il sacrificio per la Patria nonché lo sprezzo per la morte.


La consacrazione del console Decio Mure, Rubens, 1618




Gianluca Vannucci

Tito Manlio Torquato: Pietas e Virtus

Nel 361 a.e.v. (393 A.U.C.) I Galli erano tornati a farsi minacciosi a 30 anni dal Sacco, giungendo in armi sulle rive dell’Aniene. Il Senato di Roma nominò dittatore Tito Quinzio Peno Capitolino Crispino - e gli affidò una grande armata per affrontarli.


Tito si accampò con i suoi a brevissima distanza dal campo gallico. Solo un ponte divideva i due eserciti, che v’iniziarono a battagliare frequentemente per prenderne il possesso.

 Un possente Gallo uscito dalle sue schiere e iniziò a chiedere loro chi fosse tanto coraggioso da sfidarloa duello per stabilire quale dei due popoli fosse più forte e meritasse la vittoria.

“Si faccia avanti a combattere il guerriero più forte che c'è adesso a Roma, così che l'esito del nostro duello stabilisca quale dei due popoli è superiore in guerra"

(Tito Livio Ab Urbe Condita)

A farsi avanti per chiedere al dittatore il permesso di poter accettare la disfida con il gallo fu Tito Manlio, già famoso per aver salvato il padre Lucio Manlio Imperioso dalle accuse di crudeltà da parte di un tribuno l'anno prima.

“…Allora Tito Manlio, figlio di Lucio, il giovane che aveva salvato il padre dalle accuse del tribuno, lasciò la sua posizione e si avviò verso il dittatore. «Senza un tuo ordine, o comandante», disse «non combatterei mai fuori dal mio posto, neppure se vedessi che la vittoria è sicura. Se tu me lo concedi, a quella bestia che ora fa tanto lo spavaldo davanti alle insegne nemiche io vorrei dare la prova di discendere da quella famiglia che cacciò giù dalla rupe Tarpea le schiere dei Galli». Allora il dittatore rispose: «Onore e gloria al tuo coraggio e al tuo attaccamento al padre e alla patria, o Tito Manlio. Vai e con l'aiuto degli dèi dài prova che il nome di Roma è invincibile»…”

(Tito Livio Ab Urbe Condita)

Tito sconfisse il gallo e indossò come spoglia di guerra il suo Torque, dal quale prese l’appellativo di Torquato, che mantennero anche i suoi discendenti.

Il Torquato, tra l'altro come venivano chiamati anche i valorosi Galli, mostrò di possedere tutte le qualità di un vero Vir Romanus, mettendo a rischio la propria vita per la Gloria e il bene di Roma.

In Lui possiamo vedere la magnificazione della Pietas (l'atteggiamento romano del dovuto rispetto verso gli Dèi, la Patria e la famiglia) e della Virtus, il valore dell'uomo in battaglia.


Tito Manlio proseguì la sua carriera politica e militare venendo nominato ben due volte dittatore e console tre volte, proprio nel periodo (il 340 a.e.v.) di un altro eroe romano, Decio Mure, ma questa è un'altra storia...





Gianluca Vannucci

Orazio Coclite, Virtus e Disciplina

 508 a.e.v. - 245 A.U.C. nella cornice della guerra contro gli Etruschi dopo la cacciata di Tarquinio il Superbo, Porsenna e i suoi cavalieri stavano giungendo al Ponte Sublicio, passato il quale avrebbero riposto sul trono l'odiato re cacciato.

Tre Quiriti erano rimasti a difendere il Ponte: Orazio Coclite, Spurio Larcio e Tito Erminio tenevano a bada l'esercito nemico nell'attesa che si demolisse il ponte per impedire il passaggio.

Quando Coclite si accorse che mancava da abbattere un’ultima parte della struttura del Sublicio, ordinò ai suoi due solidali di ritirarsi e rimase solo a fronteggiare l’avanzata degli uomini di Porsenna.


Mentre il Ponte iniziò a crollare, L’uomo da un solo occhio affidò la sua sorte al Dio Tiberino affinché gli salvasse sia Roma sia la sua vita.

“…In quel preciso momento Coclite gridò: «O padre Tiberino, io ti prego solennemente, accogli benigno nella tua corrente questo soldato con le sue armi!» Detto questo, si tuffò nel Tevere armato di tutto punto e sotto una pioggia fittissima di frecce arrivò indenne a nuoto fino dai suoi compagni, protagonista di una impresa destinata ad avere presso i posteri più fama che credito. Lo Stato ricompensò il suo eroismo con una statua in pieno comizio e con la concessione di tutta la terra che fosse riuscito ad arare nello spazio di un giorno…”


Caduto, Livio ci tramanda che Orazio riuscì ad attraversare indenne il Fiume tornando nell'Urbe dove venne acclamato dal Popolo Romano quale Eroe. Gli venne dedicata una statua e donati viveri da parte di privati cittadini, ognuno secondo le proprie possibilità, nonostante la grave carestia.


Orazio Coclite è l'esempio della Virtus, della Disciplina, grazie al coraggio mostrato nel momento del bisogno ma anche della Pietas. Incarna al meglio tutte le Virtù del buon Romano. Ci sia sempre d'esempio.


Difesa del Ponte Sublicio, Charles Le Brun



Gianluca Vannucci


Cincinnato: il valore della Virtus

In età Repubblicana il Romano era cives-miles ovvero un perfetto cittadino doveva essere anche milite e difensore nonché contadino, incarnando tutte le tre qualità indoeuropee.

Nel 458 a.e.v. - 255 A.U.C. Cincinnato, uomo conosciuto per la sua Virtus, fu raggiunto da un'ambasciata del Senato mentre coltivava i suoi due scarsi ettari di terreno. Gli venne proposta dagli ambasciatori la dittatura per 6 mesi e andare con l’esercito a portare soccorso al console Lucio Minucio Esquilino Augurino, assediato dagli Equi, facendo incombere sull'Urbe un pericolo imminente.

Egli accettò seduta stante, indossò l'armatura e arrivato sul posto, scese in battaglia guidando l'esercito annientando completamente i nemici nel giro di 16 giorni, dopo dei quali abdicò la carica di Dictator e tornò a coltivare la sua terra, da semplice cittadino.

Cincinnato è esempio della Virtus, i valori che un Vir, un vero uomo dovrebbe possedere secondo il Mos Maiorum.

Cincinnato riceve gli inviati del Senato, François Léon 


Gianluca Vannucci



Coriolano: conseguenza della mancanza della Pietas

In questa rubrica ho sempre trattato esempi di Virtù Romane nei personaggi storici e mitostorici dell'Urbe ma questi non ci forniscono solo esempi giusti, ma anche esempi di ciò che accade quando non si agisce nel giusto, nello Ius. È questo il caso di Coriolano

Gneo Marcio Coriolano nel 504 a.e.v. fu uomo politico e generale romano al tempo delle guerre contro i Volsci.
Partecipò come semplice soldato alla battaglia fondamentale del Lago Regillo, ottenendo in quella occasione la corona civica per aver salvato un altro cittadino ed imponendosi come figura eroica di combattente.
 In quella occasione Gneo Marcio (Patrizio della gens Marcia) si coprì di valore. Ma l’anno dell’evento fu quello della prima secessione della plebe romana sull’Aventino, quella sanata temporaneamente da Menenio Agrippa. 


Gneo Marcio, capo della fazione estremista dei patrizi, si opponeva fortemente e violentemente all’azione tribunizia dei plebei, tanto che fu da questi citato in giudizio davanti al popolo. Per evitare una sicura esecuzione Gneo scelse l’esilio da Roma presso i Volsci, diventandone il comandante militare.
Assalì dunque Roma con l’esercito Volsco, ottenendo vittorie e mettendo in pericolo Roma stessa.

Volto dal desiderio di vendetta Coriolano dopo varie conquiste e di accampo in armi a cinque miglia (romane) da Roma stessa. Qui fu raggiunto da ambasciatori guidati da Marco Minucio Augurino, che non riuscì a convincerlo a desistere, continuando a guidare con successo l’esercito volsco con grandi successi e arrivando in armi alle porte dell’Urbe in località IV miglio là dove era il limite dell’Ager Romanus. Fu raggiunto allora dalla Madre Veturia con in braccio due suoi figlioletti, che prima lo scongiurò di salvare la sua città, poi,  fattasi autoritaria, glielo impose.
A questo punto il Coriolano cedette e sciolse l’esercito ritirandosi (Tito Livio, Ab Urbe Condita Libri, II, 40).

Sia Plutarco che Dionigi affermano che Gneo Marcio fu ucciso da una congiura guidata dall’ex amico volsco Attio Tullio  Da una parte i Volsci pare che lo seppellissero con tutti gli onori, dall’altro fu dai Romani concesso a veturia di portare il lutto per dieci mesi.


Coriolano è il prototipo del traditore e del Patrizio non patriota.
La storia incita alla Concordia, alla necessità di non tradire Roma e al rispetto per la figura della madre. Tutte qualità necessarie e parte della Pietas.


Veturia ai piedi di Coriolano, Poussin, 1653



Gianluca Vannucci




 

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